Letture in quarantena #1

Avevo intenzione di scrivere delle mie letture mese per mese ma, considerando la dilatazione temporale provocata dall’emergenza COVID-19, direi che ho tutto il diritto di proporvi un nuovo format che spero abbia vita breve, letture in quarantena, cioè quei libri che mi stanno accompagnando in questo periodo difficile.

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati

Leggere questo romanzo in quarantena non è stata esattamente una buona idea. Il senso opprimente d’attesa “del meglio deve ancora venire” e il finale tragico non aiutano ad affrontare al meglio un momento già di per sé drammatico. Mi sembra doveroso aggiungere però che mi ci sono ritrovata in quel senso di inquietudine e impotenza; la mia condizione precaria di giovane millennial mi unisce a Giovanni Drogo, il protagonista del romanzo, per cui provo una profonda simpatia. Leggerlo adesso potrebbe essere un azzardo, ma è indubbiamente un buon romanzo.

Le intermittenze della morte di José Saramago

Anche qui, come sopra, non sapevo se fosse il caso di leggere un’opera del genere in un periodo in cui la paura della morte e della malattia dominano le nostre esistenze. Ma se il mondo è andato in tilt per una pandemia, riuscite a immaginare come andrebbe a finire se, di punto in bianco, la morte scomparisse dalla faccia della Terra? Migliaia di corpi flagellati in bilico tra la vita e la “vita”. Credo che anche questo sarebbe un bel problema per la nostra società, e forse, per quanto di cattivo gusto possa essere, non c’è periodo migliore per leggere un romanzo tanto sopra le righe quanto questo. I periodi sono infiniti, non è scorrevole, ma secondo me vale un piccolo sforzo. L’opera si divide in due parti, secondo me abbastanza nette, quando entra sulla scena proprio lei, madame morte (con la lettera minuscola, è importante). La prima parte è caratterizzata da un tono abbastanza irriverente, la seconda mi ricorda piuttosto una macabra storia d’amore degna delle iscrizioni del XV secolo.

Superwoobinda di Aldo Nove

Aldo Nove e questa sua opera mi perseguitano dall’esame di letteratura italiana contemporanea, I anno, Magistrale. Le parole “scrittori cannibali” sono bastate a suscitare una profonda curiosità nei confronti di un autore quasi introvabile (capisco però l’azzardo che comporterebbe una ristampa per Einaudi). Come mi aspettavo, questa serie di racconti allucinati, grotteschi e spietati, mi ha lasciato di stucco. Pieni di riferimenti pop all’Italia anni ’90, questi affreschi descrivono i vizi e i sogni erotici e consumistici (o erotico-consumisti?) degli italiani, il tutto portato alle estreme conseguenze. È un’opera pulp-trash di cui molti di voi potranno fare ben a meno; io mi sono tolta una curiosità. Il mio racconto preferito si intitola Vermicino, luogo in cui si consumò una tragedia che segnò la memoria di molti italiani: la tragica morte di Alfredino Rampi, che fu documentata da una diretta non stop della Rai della durata di ben 18 ore. Una riflessione sulla spettacolarizzazione della morte ad opera dei mass media. Se posso fare un paragone, Aldo Nove mi ricorda J. G. Ballard (ma potrei sbagliarmi).

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

Il mio primo romanzo di Hemingway in assoluto. Inutile dire che mi ha ricordato alla lontana Moby Dick, con la differenza però che in questo caso la bestia da pescare non viene considerata un’antagonista da annientare, ma viene rispettata per la passione e la forza con cui lotta per la sua vita: in fondo, il vecchio e il pesce lottano per la stessa cosa, la sopravvivenza, e lo fanno con un notevole fairplay; cosa che non si può dire degli squali, che attaccano l’imbarcazione quando tutto sembra andare per il meglio. Il finale mi ha emozionata particolarmente: vedendo quel che rimane del pescato del vecchio, una turista americana (siamo a Cuba) chiede a un cameriere che pesce sia. Lui risponde, ma lei capisce che si tratta di uno squalo: la tragedia dell’incomprensione. Per me questo breve romanzo rappresenta una metafora della vita.

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