Book #15: Il Racconto dell’Ancella

A volte un libro può fare paura nonostante sia una storia inventata. Questo è l’effetto che mi fa Il Racconto dell’Ancella: mi spaventa per la sua attinenza al presente, mi spaventa perché non sembra affatto una storia inventata e inverosimile; anzi, sembra stia parlando disperatamente alla nostra società.

Difred è un’ancella. Passa le sue giornate intrappolata in un’insopportabile routine, rotta una volta al mese dalla Cerimonia, un rito carnale che consiste nell’avere un rapporto sessuale totalmente impersonale con il Comandante e sua moglie, suoi proprietari, con lo scopo esclusivo di donar loro un figlio, seguendo i dettami della Bibbia:

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele  divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, altrimenti muoio.”. Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: “Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?”                                                               Allora elle disse: “Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e partorirà sulle mie  ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo”.                                                                                                                                                         Genesi, 30; 1-3

Difred non è semplicemente Difred, ma una donna privata del proprio nome e della propria vita per servire ai progetti di ripopolazione del Governo di Galaad, regime teocratico e totalitario ambientato alla fine del XX secolo. Difred non è altro che una forma di “patronimico” che determina la proprietà: Di- Fred, proprietà di Fred.

Galaad è un mondo dove le donne non hanno potere, se non su altre donne. A istruire le Ancelle sono le Zie, donne anziane non più fertili, scrupolose e bigotte, che rifiutano ogni forma di emancipazione femminile. Le donne non sono padrone del loro corpo: mostrarlo o abbellirlo è deplorevole. Il loro unico compito è quello di raccogliere il seme. I loro corpi non vanno intossicati con alcol, fumo e droghe: sono dei sacri contenitori. In assenza totale di autodeterminazione (non solo le Ancelle, ma anche le Zie, le Ecomogli, le Nondonne, ecc.), le donne vivono la loro vita private di un fondamentale diritto: la libertà.

A cavallo tra 1984 di George Orwell e Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, il romanzo del 1985 di Margaret Atwood spaventa perché le tematiche trattate sono terribilmente attuali, soprattutto nel nostro paese, dove aumentano le mozioni contro la legge 194, che regola l’aborto; per non parlare delle manifestazioni dei movimenti pro-life, che vorrebbero relegare la donna a quello che credono sia il suo ruolo, quello di madre e di angelo del focolare.

Consiglio questo romanzo perché fa riflettere su quanto abbiamo ottenuto e su quanto queste libertà non vadano prese per scontate, ma custodite gelosamente. Quindi, è proprio il caso di unirci al grido delle associazioni femministe italiane: giù le mani dalla 194!

Book #14: Amatissima

Tra i tanti libri che si leggono, spesso alcuni toccano corde più profonde di altri. Vorrei provare a spiegarvi perché Amatissima è uno di questi.  Un romanzo che ha davvero tutto: mistero, amore, passione ed  emancipazione femminile, il tutto legato dal grande tema che si  nasconde tra le pagine: il possesso.

Nel periodo successivo alla guerra civile, la ex-schiava Sethe e la figlia Denver vivono al 124 di Cincinnati, isolate dal resto della comunità nera. A far loro compagnia è il fantasma di una bambina, più triste che arrabbiata. Le due donne ci convivranno fino all’arrivo di Paul D, ex compagno di schiavitù di Sethe, anch’egli adesso finalmente libero. L’uomo, stufo della presenza del fantasma che minaccia l’inizio di una storia d’amore tra lui e Sethe, riesce ad allontanare finalmente la presenza. Tutto sembra andare per il meglio, fino a quando sui gradini di ingresso del 124 non apparirà una strana ragazza, di cui nulla si sa, se non che il suo nome sia Beloved. La ragazza si conquisterà l’affetto e la protezione delle donne, riuscendo a scacciare perfino Paul D, che adesso sembra risultare il vero intruso in un triangolo amoroso esclusivamente femminile. Ma chi è Beloved? E soprattutto, qual è la terribile colpa di Sethe, talmente grave da spingere l’intero vicinato a tenersi alla larga dal 124, una volta luogo di incontro e di accoglienza di schiavi fuggiaschi?

Si può amare troppo, tanto da uccidere? Questa la domanda che traspare dal romanzo di Toni Morrison, premio Nobel nel 1993, dove l’autrice abilmente intreccia tematiche forti come la schiavitù e la maternità, realtà entrambe caratterizzate da uno forte sentimento di possesso. Negli Stati Uniti di fine Ottocento, divisi tra il Nord libero e il Sud schiavista, la Morrison delinea le caratteristiche di una delle più grandi tragedie umane di tutti i tempi: la tratta degli schiavi e la loro conseguente vita in territorio americano. Inoltre, Amatissima è la storia di una madre e di una figlia legate da un rapporto talmente morboso che l’una inizia letteralmente dove finisce l’altra. Consigliato come non mai. Uno dei miei romanzi preferiti di sempre.

Blacksummer #1: Americanah – Chimamanda Ngozi Adichie





Per chi non mi seguisse ancora su Instagram (ma si può sapere che aspettate??), data la situazione politica e culturale del nostro Bel Paese, avevo pensato di far partire l’iniziativa #blacksummer, per cui mi impegnavo a leggere libri di scrittori neri e a condividerli con la community, chiedendo di aderire all’iniziativa e di far girare i libri letti . Inutile dire che non mi si è filato nessuno😑😒. Ad ogni modo però, ho cercato di mantenere la promessa con me stessa e finalmente sono riuscita a finire uno degli almeno 50 libri iniziati. 

Americanah è un romanzo pubblicato nel 2013 dall’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nota per il suo celebre discorso We should all be feminists. 
Nel romanzo, come potete ben capire dal titolo si parla di America. Meno intuibile è che si parli di integrazione. La protagonista, Ifemelu, è una giovane e promettente nigeriana costretta ad emigrare verso gli Stati Uniti per concludere i suoi studi, cosa impossibile nel suo paese sotto regime militare. Trasferendosi getterà alle sue spalle non solo la Nigeria, ma anche il suo primo amore, Obinze, la sua famiglia, la sua identità nazionale e personale. Ifemelu si accorgerà di quanto possa essere difficile essere una donna africana in un paese fuori dal proprio continente e conoscerà la crudeltà del pregiudizio. Attraverso il suo blog Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una nera non americana descriverà il rapporto tra la società multietnica per eccellenza, quella americana, e i neri, che siano essi Afro-americani, Africani o Caraibici. 
Chimamanda ci guiderà attraverso la Nigeria post-coloniale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti pre-Obama descrivendo a tinte forti che cosa voglia dire essere degli immigrati discriminati a priori per il colore della pelle.
Penso che Americanah sia un romanzo indubbiamente attuale. In Italia dovremmo leggerlo per riscoprire cosa effettivamente significhi emigrare dato che, a quanto pare, l’abbiamo dimenticato. La scrittrice nigeriana narra l’abbandono del proprio paese per mancanza di altre scelte e la perdita della propria essenza per cercare di adattarsi e di farsi accettare dalla società di arrivo, la stessa società a cui appartenevano i colonizzatori che hanno impoverito a tal punto il proprio paese. Inoltre, si esplora il mondo di una donna nera con tutte le sue problematiche sociali, influenzate da anni di proclamata superiorità razziale degli europei: dalla stiratura chimica sui capelli Afro, fino allo sbiancamento della pelle e le loro terribili conseguenze. Credo sia uno di quei libri da leggere per imparare qualcosa su una realtà che non siamo portati a conoscere, ma anzi a scartare a priori. Siamo sempre portati a leggere e a vedere l’Africa attraverso gli occhi degli europei. Per una volta non sarebbe male leggere dall’Africa descritta dai propri legittimi figli. Americanah è un bel romanzo di critica e analisi sociale, oltre che un bellissimo dipinto di un’intensa storia d’amore.

Book #13: Mattatoio n° 5

Le sinossi sul retro dei libri possono essere ingannevoli.
Per esempio, dalla sinossi posta sul retro di Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut mi aspettavo un libro diverso. Il romanzo è senza dubbio grottesco, ma non c’è niente che mi abbia fatto ridere come l’aggettivo “semiserio” sembrava suggerire nella famosa sinossi. Al massimo, mi ha strappato qualche sorriso amaro.
Quello che io ho estrapolato da poco meno di 200 pagine è che Mattatoio n°5 è un romanzo sugli effetti che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto sulle effimere e spesso ridicole esistenze di chi l’ha vissuta. Il protagonista, Billy Pilgrim è l’emblema dell’uomo qualunque, dalla vita a tratti quasi fantozziana; un individuo che sopporta i soprusi a colpi di “Così va la vita”, finché la sua rassegnazione non si traduce in follia allucinatoria. Secondo me il romanzo non è affatto fantastico: è una storia reale che descrive a tinte forti gli effetti disastrosi delle ferite che la guerra lascia sui corpi, ma soprattutto nella psiche, di chi ne ha avuto esperienza, di qualsiasi nazionalità egli o ella sia. Non aspettatevi neanche una qualche forma di catarsi: un pessimismo straziante pervade tutto il libro; la guerra è terribile, ma è necessaria, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Non per nulla lo stesso Billy, così indelebilmente segnato dalla guerra, è responsabile della nascita di un futuro Berretto Verde che metterà a ferro e fuoco il Vietnam.
Dal punta di vista formale, è incredibile come Vonnegut riesca a costruire un romanzo dalla struttura a scatole cinesi: dalla cornice iniziale autobiografica si sviluppa il romanzo con protagonista Billy, caratterizzato da viaggi nel tempo e nello spazio, esperienze che altro non sono che il frutto della lettura dei romanzi di fantascienza di Kilogore Trout. Un’intersezione di piani narrativi e temporali che possono disturbare il lettore, ma che personalmente ho trovato ben gestiti.
Per concludere, Vonnegut riesce a parlare in modo incredibilmente originale di guerra e del disturbo da stress post-traumatico. Numerosi sono i rimandi culturali, storici, religiosi. Insomma, Mattatoio n°5 non è un libro che può essere ridotto a una breve recensione o a una sinossi. E’ per questo che è un libro da leggere assolutamente.

Book #12: L’arte della Gioia


-“Sai, vorrei comprare un libro di cui tutti parlano, ma non riesco a capire di  che cosa si tratti esattamente.”

– “Uhm, come si intitola?”
-“L’Arte della Gioia”
-“Uhm, questi minestroni banali sulla gioia e la positività mi danno la nausea…”
Dialogo tra me e una collega cinica

L’arte della Gioia non è un romanzo per tutti. Ne sentii parlare qualche tempo fa, ma di questa opera sapevo per certo solo che era di stampo femminista, nient’altro. Eppure la copertina mi attirava così tanto! Quello sfondo completamente bianco, la figura di una donna sdraiata, il titolo scritto in fucsia che contrasta con la sobrietà del resto. Ora posso dire che la copertina è la rappresentazione visiva dell’opera di Goliarda: il coraggio e l’audacia dei temi trattati cozza con la sua dolce ed evocativa prosa dei sensi.  È un libro che non si può odiare o abbandonare del tutto; per quanto si provi a sfuggirgli, ritorna ad esercitare un forte ascendente su di noi, seducendoci maliziosamente dallo scaffale.
Non nascondo che all’inizio però l’ho odiato e come. Per me era un concentrato d’odio e di immoralità, di azioni e pensieri spregevoli di una donna, anzi peggio, di una bambina, che scopre il sesso e l’ambizione troppo presto. Modesta (questo il nome paradossale della protagonista) è un essere vorace, una Superdonna che impariamo a conoscere pagina dopo pagina: bambina povera e abusata, grazie all’ingegno e all’inganno riesce in una scalata sociale impensabile per una donna nata nella Sicilia del primo Novecento. Modesta utilizza ogni mezzo in proprio possesso per ottenere ciò a cui aspira, non disdegnando neppure l’idea di uccidere. Un personaggio malefico e immorale, dai tratti quasi demoniaci. Eppure ancora non la odio. E’ come se dalla prima parte alla quarta Modesta subisca un processo d’espiazione dei suoi peccati: anche lei subisce il dolore della perdita, conosce la paura, la malattia. Con lo scorrere dei capitoli, Modesta assume sembianze umane che contribuiscono a renderla un’intramontabile eroina femminile.
Il romanzo, come la vita di Modesta e Goliarda, ha un destino travagliato: rifiutato più e più volte dagli editori italiani, ottiene il riconoscimento che gli spetta grazie all’edizione francese e tedesca. Del resto non c’è da stupirsi: troppo difficile per l’editoria italiana degli anni ’70 accettare la pubblicazione di romanzi con tematiche spinose come l’aborto, la disabilità, l’omosessualità e la promiscuità sessuale femminile, l’emancipazione e il comunismo. L’Arte della Gioia non è un libro banale.
La seconda protagonista al fianco di Modesta è l’Italia del secolo scorso, in particolare la Sicilia, con i suoi paesaggi aspri ma che sanno di casa, la Sicilia della questione meridionale e del dopoguerra… La mia collega si sbagliava. Se si riescono a digerire i primi capitoli, come della rosa si sopportano le spine, vi si aprirà un romanzo di rara bellezza, tenendo sempre ben in mente una cosa: è il leggere e il conoscere punti di vista diversi dai nostri che aiutano ad aprire la mente. Dubitate dei libri che non vi sconvolgono.

Book #11: Intelligenza emotiva


Vi siete mai chiesti perché la sola intelligenza non è garanzia di successo? E ancora, qual è il modo giusto per affrontare le sfide che la vita ci pone di fronte ogni giorno senza perdere la serenità? 
Non so voi, ma spesso e volentieri mi sono ritrovata in situazioni così tese in cui, completamente annebbiata dal mio stato d’animo del momento, controllarmi o fare la scelta giusta è stato semplicemente impossibile. In più, diverse volte mi sono imbattuta in persone con approcci decisamente discutibili: frecciatine, offese gratuite e giudizi poco lusinghieri, se non distruttivi. Ma perché tutto questo? E soprattutto, come affrontarlo senza perdere le staffe?
Sono proprio queste le tematiche che Daniel Goleman, psicologo e giornalista statunitense, affronta nella sua opera più famosa, Intelligenza Emotiva. Un libro di non facile lettura, lo ammetto, ma particolarmente illuminante. In circa 500 pagine, vengono discussi i problemi più disparati con piglio concreto e scientifico, ma non per questo incomprensibile per coloro per cui la psicologia non è esattamente il proprio pane quotidiano. In un libro che dà speranza, vengono analizzati conflitti sociali in cui tutti ci imbattiamo quotidianamente e in diversi contesti (dal lavoro, alla vita di coppia, fino ai rapporti tra persone in generale), proponendo delle soluzioni a partire da una visione chiara e dettagliata dei problemi; soluzioni tutte improntate sullo sviluppo della tanto famigerata “intelligenza emotiva”. Ma di che si tratta? In sostanza, con questo termine si designa la capacità di saper riconoscere e gestire i propri sentimenti e quelli degli altri, con lo scopo di raggiungere i propri obiettivi. Tra le più importanti caratteristiche dell’intelligenza emotiva troviamo l’autocontrollo, la motivazione e l’empatia, accompagnate da disciplina, rinvio delle gratificazioni e volontà, tutti fondamentali strumenti che permettono di scuotersi di dosso l’apatia dilagante tipica della società contemporanea.
Personalmente non credo che un libro possa cambiare radicalmente la vita di una persona, ma sicuramente può contribuire ad assumere atteggiamenti che possono migliorarla. Può davvero l’intelligenza emotiva renderci felici?  Certo che può, ma la felicità e la realizzazione non arrivano senza duro lavoro e sacrificio. Daniel Goleman con il suo libro ce lo ricorda e ci insegna come reagire a quel torpore paralizzante in cui ci ritroviamo in certi momenti di crisi.

Due libri per le donne

Volete fare davvero felice una donna l’8 marzo?
 Non regalatele mimose o altri fiori, simbolo di bellezza decadente di cui dopo pochi giorni bisognerà disfarsi. Regalatele un libro. Un libro che possa liberarla dalla schiavitù fisica e mentale a cui è sottoposta ogni giorno. Sì, perché la donna è ancora schiava di sé stessa e della società che vuole impartirle l’insegnamento che qualsiasi cosa faccia non è abbastanza. Casalinga? Non è abbastanza emancipata, una mantenuta insomma. Donna in carriera? Troppo emancipata, sarà sicuramente una pessima madre e moglie. Bella? Sicuramente non è abbastanza intelligente. Intelligente? Beh, dovrebbe imparare a stare zitta perché agli uomini non piace chi parla troppo. Pensiate stia esagerando? In realtà queste non sono nient’altro che frasi che nella mia vita ho sentito pronunciare dalla bocca di persone vere.
Ragazze, abbiamo ancora tanta, troppa strada da fare e per farla abbiamo bisogno del giusto equipaggiamento. Circondatevi di libri belli e profondi, di quelli che fanno fiorire idee di serenità, ma che riescono comunque a punzecchiare le budella ricordandovi che “Ehi, questa situazione di disagio interiore ti sembra familiare? Sei sicura di voler star zitta e subire?”.
Credevo che quelle che provavo fossero emozioni solo mie, ma mi sbagliavo: anche altre donne sono riuscite a metterle su carta. Mal comune mezzo gaudio? Non proprio, ma sapere che quelle sensazione non l’hai avute solo tu perché sei completamente matta rincuora e non poco. Due dei libri che vi consiglio potrebbero essere un ottimo equipaggiamento contro la merda che la vita vi tira in faccia ogni giorno. Il primo è Milk e Honey di Rupi Kaur, una raccolta di poesie che vi lascerà senza fiato e che riuscirà a toccare corde che neanche v’aspettavate d’avere. La giovane poetessa indiana parla della femminilità a tutto tondo: maternità, sessualità, rapporto col proprio padre e col proprio corpo. Insomma, in una sola parola, le poesie ruotano intorno a un solo grande tema, l’amore. Pensavo di leggere una valanga di luoghi comuni sulla femminilità, invece mi sono ritrovata senza parole davanti ad alcune pagine che sembrava si rivolgessero a me personalmente, come se Rupi avesse scritto quelle parole per raggiungere esattamente e esclusivamente a me. Come fa a sapere come mi sento e cosa provo? Leggere questo fiume di parole in piena sarà come confrontarsi con una amica di vecchia data. E’ incredibile come il percorso di una donna nata a kilometri di distanza possa somigliare tanto al mio. La stessa impressione l’ho avuta leggendo Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie. Certo, non mi sono mai imbattuta nelle stesse situazioni in cui lei si è imbattuta in Nigeria, dove se dai una moneta a un parcheggiatore il tizio ringrazia l’uomo che ti accompagna e non te, ma le pressioni che arrivano dalla società riguardo l’apparenza e l’espressione del corpo femminile sono le stesse. Infatti, in Italia come in Nigeria, è credenza comune che se una donna voglia essere presa sul serio debba abbandonare i suoi atteggiamenti e vesti spiccatamente femminili. Da qui frasi comuni del tipo” è una donna con le palle” o “è lei che porta i pantaloni” da cui si deduce che una donna di carattere debba avere per forza abbandonato i suoi attributi femminili per adottare quelli maschili. Capisco che è un uso figurato, ma da queste frasi filtra ancora una visione del mondo ancora spiccatamente maschilista, siamo sicuri di volerle ancora usare con leggerezza? Come dice Chimamamanda, tutti dovremmo essere femministi, in quando un femminista è “una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica dei sessi”, e questo non solo l’8 marzo, ma tutti i giorni.