Book #20: Noi di Evgenij Zamjatin

Ci sono libri che ti inseguono per anni. Noi è uno di quelli. Credo di averlo conosciuto grazie ad una reading list per un esame universitario; non l’ho mai scelto, fino ad oggi.

Scritto tra il 1919 e il 1921, Noi uscì nel 1924 solo in lingua inglese perché censurato in patria (destino che accomuna molte opere russe del XX secolo) ed è considerato l’ispiratore di più famose distopie successive, come il celebre 1984 (1949) di George Orwell e Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley. Entrambi gli scrittori inglesi conoscevano lo scrittore russo, ma se Huxley non aveva letto Noi, Orwell non solo lo lesse, ma ne prese spunto per scrivere il suo capolavoro.

Ma veniamo a Noi. Di cosa parla (in breve)? Il protagonista è D-503 (in questo mondo i nomi sono sostituiti da codici alfanumerici), un ingegnere a lavoro sull’Integrale, una sorta di navicella spaziale che dovrà portare su altri pianeti la felicità dello Stato Unico, realtà iper-meccanizzata e iper-regolamentata, con a capo un dettatore chiamato con l’affettuoso epiteto di Benefattore. Ma in che consiste questa “felicità”? Nel non pensare, nel non avere un’anima che faccia provare dei sentimenti. Anche le relazioni amorose sono regolate dallo Stato: si può avere chiunque, basta prenotarlo con un tagliando rosa, e questo non potrà rifiutare di compiere il proprio dovere. D-503 sguazza benissimo in questo abisso dell’umano finché non incontra, durante l’ora della passeggiata, I-330, donna bellissima dal sorriso ironico. Ovviamente quel furbone di D-503 si innamorerà follemente di lei, ma I non è una donna qualunque: fa parte di un’organizzazione segreta rivoluzionaria che mira a impossessarsi dell’Integrale per utilizzarlo contro lo Stato, e pronta a far saltare in aria la Muraglia Verde, che separa lo Stato civile dalla natura incontrollata, popolata da esseri antropomorfi liberi. Chi vincerà: l’entropia reazionaria dello Stato Unico o l’energia rivoluzionaria dei ribelli?

Tra le pagine ritornano le due grandi ossessioni del popolo russo: l’ingegneria e il cristianesimo. Tutto è un numero per D-503, anche l’irrazionalità che lo affligge dopo aver incontrato I-330, che egli associa alla tanto odiata √-1, il cui risultato non esiste nel campo dei numeri reali, generando un’unità immaginaria. Per quanto riguarda la religione invece, la Tavola delle Ore che scandisce le giornate degli alfanumeri, mi ricorda il Libro delle Ore cristiano, che allo stesso modo scandiva le giornate dei fedeli. Uno dei passi più belli è poi quello in cui D-503 incontra il fantomatico Benefattore, il quale conferma la legittimità dello Stato Unico associandolo al Paradiso:

Le chiedo: per che cosa gli esseri umani – fin da quando erano in fasce – hanno pregato, sognato, si sono tormentati? Perché qualcuno dicesse loro una volta per tutte cos’è la felicità e a quella felicità, poi, li allucchettasse come a una catena. (…) Il sogno antico del Paradiso… Ripensi al Paradiso: là non si conoscono desideri, non si conosce la compassione, non si conosce l’amore; là ci sono beati, a cui è stata asportata la fantasia (ed è per questo che sono beati), gli angeli, i servi del Signore… (…)

E. Zamjatin, Noi, Milano, Mondadori, 2018, pag. 206.

Lo consiglieresti?

Sì, anche se lo stile non mi ha convinto totalmente, e non capisco se è colpa del traduttore Alessandro Nievo, che comunque ha fatto un’ottimo lavoro nella cura di questo volume, o se è proprio lo stile di Zamjatin che mi lascia un po’ perplessa. Nonostante la scrittura non proprio scorrevole, il messaggio è forte e per questo, Noi non può mancare nella vostra libreria se siete amanti del genere distopico e/o fantascientifico, o anche solo amanti della buona letteratura.

VOTO: 7/10

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Book #19: Questo è il mio sangue

Chissà che m’aspettassi. Di sicuro però ci ho trovato tutt’altro: un po’ di informazioni utili e la storia mestruale di una donna un po’ strampalata. Non che sia un male però.

Nel complesso, Questo è il mio sangue di Élise Thiébaut, giornalista e autrice francese, andrebbe letto da ogni donna e da ogni uomo perché disseziona a dovere i problemi della fertilità femminile e sfata molti miti su uno dei tabù occidentali più ridicolo che ci sia, la mestruazione. Andiamo, non penserete mica che ormai, nel 2019, il tabù del sangue mestruale sia decaduto: se così fosse, non ci ritroveremmo a chiedere sottovoce a un’altra compagna di sventura: “Scusa, per caso hai un assorbente?”. Dobbiamo essere sincere, il ciclo ancora ci imbarazza e imbarazza gli altri.

Per carità, un libro, soprattutto di questo genere, non abbatte il tabù definitivamente, ma è sicuramente un inizio. A metà tra un’autobiografia tragicomica e un saggio scientifico, il libro spazia tra vari e interessanti argomenti: credenze popolari (tipo che le donne mestruate non possono toccare le conserve appena fatte o andranno a male), stereotipi fastidiosi, la tampon tax e l’endometriosi.

Personalmente penso che questo libro, nonostante mi abbia lasciata perplessa in alcuni punti, sia imperdibile. C’è tutto quello che una donna dovrebbe sapere, senza tralasciare nulla, su questo fenomeno che l’accompagnerà per buona parte della vita: dalla sindrome da shock tossico ai problemi di infertilità legati all’endometriosi, passando per la contraccezione e la visione delle mestruazioni secondo le 3 religioni monoteiste, il tutto condito da, lasciatemelo dire, un imbarazzante humour francese, che però risulta utile per spezzare la pesantezza del nozionismo e delle statistiche, rendendo questo libro leggero e alla porta di tutti.

VOTO: 7/10

Book #18: Frida, una biografia di Frida Kahlo

Viva la Vida.

Chiunque oggi conosce Frida Kahlo. Forse, più che lei, conosce le sue sopracciglia. La fama di una così grande pittrice si destruttura in scherno per sopracciglia e baffetti non depilati, oppure si trasformata in apologia del femminismo becero, in cui l’emancipazione femminile passa anche attraverso l’odio verso l’estetista. Forse rimarrebbero delusi se sapessero che Frida non si depilasse il viso non per ragioni ideologiche, ma per far piacere al marito, Diego Rivera, che andava pazzo per questi suoi tratti mascolini. Frida è un’icona femminista, ma non per quello che spesso si sottolinea del suo personaggio: Frida è un’icona femminista perché nel suo stato ha sempre trovato la forza di rialzarsi e di lavorare sodo, rimanendo sempre fedele a se stessa; Frida è una femminista perché è la cantora del corpo femminile, delle sue gioie e dei suoi dolori.

Se solo però si cominciasse ad addentrarsi nella vita e nelle opere di Frida si comprenderebbe di quale grande icona del Novecento artistico stiamo parlando.

Io sono di parte. Anni fa andai a una mostra su di lei e ne rimasi incantata. Le sue opere, carnali (nel senso letterale del termine), sessuali, vive, mi attrassero con una forza archetipica verso di loro. Questo fa la pittura di Frida Kahlo secondo me, ti prende alla pancia. È ricca di dolore. È un inno a un corpo smembrato, un corpo femminile privato della sua funzione fondamentale: accogliere la vita. Di non poter avere figli, Frida soffrì terribilmente. Di non essere l’unica donna amata da quel panzón di Rivera, soffrì terribilmente. Frida era una creatura che viveva in un perenne stato di sofferenza, ma da questa condizione non si è mai lasciata completamente travolgere fino, ovviamente, all’ora fatale. La sua vita fu disseminata di incontri e amori celebri: amò Lev Trockij, Tina Modotti, Nicholas Muray (anche se il suo più grande amore rimase sempre Diego Rivera), odiò profondamente André Breton.

Vi consiglio questa biografia perché Frida Kahlo è una donna a mio avviso unica nel suo genere: brillante e anticonformista, magnetica nelle sue imperfezioni, ma anche tanto, tanto fragile e sola. Non è un modello da seguire, non è un’eroina d’altri tempi. Frida era semplicemente una donna. Da donna, vedere come si può trasformare se stesse in arte vivente, fiorire dal dolore, è veramente rassicurante e d’ispirazione. Una delle mie letture preferite del 2019.

Da questo libro è stato tratto il film del 2002 diretto da Julie Taymor, Frida, in cui a vestire i panni della pittrice è Salma Hayek; interpretazione che le valse una nomination agli Oscar.

Book #17 e riflessioni personali: Intelligenza Ecologica di Daniel Goleman

Da diverso tempo ormai mi interesso all’impatto ambientale della mia vita. Lungi dall’essere un modello da seguire (sono ancora terribilmente indietro), faccio del mio meglio per diminuire le conseguenze sgradevoli che le mie azioni potrebbero avere sulla Terra. Per questo ho deciso di leggere Intelligenza Ecologica, saggio del 2009 scritto da Daniel Goleman, famoso per aver approfondito e reso nota alle masse la nozione di intelligenza emotiva.

Immagino vi stiate chiedendo cosa ne possa sapere uno psicologo di ecologia. Ebbene, vi stupirete di quanto la componente psicologica possa contare quando si parla di benessere ambientale, soprattutto se rapportata alle abitudini di consumo. Goleman, citando esperti del settore, dimostra come lo sviluppo di un’intelligenza ecologica sia fondamentale per una presa di coscienza utile alla costruzione di una società più ecosostenibile. Il cambiamento non può avvenire se non c’è una ragione forte per motivarlo. Essa può essere la preoccupazione per la salute propria e dei propri cari, l’amore per l’ambiente e per gli animali, apprensione per i cambiamenti climatici, ecc. Goleman sottolinea come ogni nostro acquisto rappresenti un voto: con i nostri soldi possiamo cambiare i prodotti che troviamo al supermercato. Ma attenzione al greenwashing, definito come il “(…) mettere in luce selettivamente uno o due vantaggi di un prodotto al fine di dare un’immagine positiva all’intero oggetto.” (dal libro, pag. 33). Avete notato come molte aziende abbiano apposto sui propri shampoo la dicitura “senza parabeni”, o “senza olio di palma” se si parla di merendine o di biscotti? Probabilmente in quegli shampoo ci saranno altri ingredienti nocivi, esattamente come in quei biscotti, presumibilmente pieni di sciroppo di glucosio, ma ehi, sono senza olio di palma perché sennò l’industria subirebbe una forte perdita economica, quindi compriamoli anche se i produttori adottano strategie poco etiche!

La lettura di questo saggio mi ha fatto ricredere su molte cose. Ad esempio, ultimamente tendo ad acquistare prodotti contenuti nel vetro per limitare l’utilizzo di plastica. Purtroppo però la produzione e il riciclaggio del vetro prevedono un processo che innesca un grande consumo di energia e che libera quantità impressionanti di Co2. Anche il cotone, fibra tessile naturale per eccellenza che non rilascia microplastiche nel lavaggio, nasconde delle insidie: pare infatti che sia una delle coltivazioni che richiede massicce dosi di pesticidi per un buon risultato. E allora, che fare?

Credo che pensare di smettere di inquinare sia impossibile, in quanto ogni nostra azione ha delle conseguenze sulla biosfera. Mentre scrivo, sto inquinando. Mentre leggete, state inquinando. Goleman conclude il suo saggio sottolineando come la trasparenza radicale (cioè mostrare l’impronta di Co2 di un prodotto dalla nascita fino allo smaltimento) sia fondamentale per fare delle scelte davvero ecosostenibili ed eticamente corrette. Quello che non ha aggiunto l’autore, ma che aggiungo io, è che bisogna assolutamente limitare gli acquisti superflui, preferire articoli di seconda mano, adottando una stile di vita volto al minimalismo, ricordandoci che il troppo equivale al niente. Inoltre, comprare sfuso aiuta a favorire la diminuzione di plastica usa e getta.

I cambiamenti climatici sono una realtà e questa situazione necessita un cambiamento di rotta nelle vostre vite, per evitare un naufragio in un mare che si innalza sempre di più. Voi che fate per evitare il disastro?

Book #16: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami

Murakami è uno di quegli scrittori che affascina da sempre una grossa fetta di pubblico. Ma perché? Il suo primo libro che lessi fu Norwegian Wood che mi piacque, certo, ma mi lasciò un po’ perplessa (forse per l’età e forse perché, a differenza di adesso, le poche letture che avevo alle spalle non mi avevano aiutato a comprenderlo). Con Kafka sulla spiaggia è stato diverso: il raffinato intreccio di eventi, di riferimenti alla cultura pop e non occidentale e giapponese, mi hanno rapito e mi hanno tenuto rinchiusa in quel mondo fantastico che solo i grandi scrittori possono rendere delizia e orrore allo stesso tempo. Era da tempo che non mi imbarcavo in un viaggio del genere.

Mi è sembrato di intuire che, prima di ogni cosa, le vicende di Kafka sulla spiaggia siano la summa di vari ed efferati atti di violenza. La Seconda Guerra Mondiale fa da sfondo alla vicenda di Nakata Satoru, il curioso vecchietto affetto da disabilità mentale che sa parlare con i gatti. Vittima indifesa, in quanto all’epoca del conflitto non era altro che un bambino, Nakata subirà un grosso torto che cambierà totalmente il destino della sua esistenza. Allo stesso modo, il protagonista Tamura Kafka sarà vigliaccamente abbandonato da bambino alle cure di un padre poco premuroso. Questo lo condurrà a scappare di casa il giorno del suo quindicesimo compleanno, ma su di lui aleggia una terribile profezia… Ma quale sarebbe questa profezia? E soprattutto, perché lo turba tanto? Il fato porrà sul suo cammino figure tormentate tanto quanto lui, che però lo aiuteranno a redimersi: il signor Ōshima , Sakura, la signora Saeki. La signora Saeki, colei che dà il titolo al romanzo. Per degli strani eventi, i destini di molti dei personaggi si intrecceranno, tanto da aggrovigliarsi in un nodo il cui discioglimento sarà atto a ristabilire l’equilibrio cosmico, turbato dagli errori di questi fragili ed egoisti esseri umani.

Questo romanzo mi ricorda terribilmente, almeno per la sua contorta struttura e per i numerosi riferimenti culturali, la prosa di Salman Rushdie. Ma se la prosa del romanziere indiano risulta barocca, quella di Murakami è raffinata ed essenziale, ricca di particolari, ma essenziale. Potrebbe sembrare un paradosso, ma così l’ho percepita. È come se ogni parola avesse una funzione particolare e fosse decisiva nello svolgimento della vicenda: niente potrebbe essere omesso. In Kafka sulla spiaggia i riferimenti all’arte sono molteplici: alla musica (si passa dai Beatles a Prince, da Hayd a Bethoveen) e alla letteratura, che fa da sfondo alla vita di Tamura Kafka e che riecheggia per tutto il libro sin dal titolo. Centrale per il romanzo è però la dimensione mitica e tragica. Le vicende di Tamura Kafka e di Nakata hanno dimensioni mitiche in quanto le loro peripezie sono motivo di profondi cambiamenti nel cosmo (come una violenta caduta di sardine dal cielo). Murakami in questo suo lavoro ha palesemente preso spunto dalla mitologia classica greca e, soprattutto, dalla tragedia. È infatti proprio un impianto tragico a sostenere tutta la vicenda di Tamura Kafka: la sua storia altro non è che una rivisitazione in chiave moderna dell’Edipo re di Sofocle, con finale però inedito (nessuna cecità finale però; tranquilli, non è così scontato). Che però sotto le mentite spoglie del signor Ōshima non si nasconda Tiresia?

Devo però ancora sottolineare che Kafka sulla spiaggia non è semplicemente un riadattamento di una grande tragedia greca, ma è piuttosto un viaggio nella realtà contemporanea che, nonostante secoli di progressi nella tecnica e la spiccata autorevolezza della ragione sui sentimenti, risulta ancora fondamentalmente dominata da due grandi forze universali: odio e amore, o per dirla alla Freud, eros e thanatos.

Movie #29: Il corriere – The Mule

Il corriere – The mule è un film coi controcoglioni. Non è un Breaking Bad della mezza età. A mio parere è un film sulla vita. Semplice e diretto.

Clint Eastwood non si smentisce mai. The Mule è un duro film sulla vita di un uomo, Earl Stone, floricoltore e veterano della guerra in Corea, che per il suo lavoro ha trascurato moglie e figlia. E indovinate un po’ cosa ha ottenuto? Nulla di nulla: la vecchiaia e la crisi economica gli hanno portato via la tanto amata attività, nonché unica fonte di sostentamento; e la famiglia, eccetto per la nipote, non vuole saperne di lui. E allora quale potrebbe essere la miglior soluzione per una situazione di merda, per reagire al disfacimento del corpo e del mondo che lo circonda? Semplice: fare il corriere per il cartello messicano. Sembra una storia assurda, ma è tutto vero: la pellicola si ispira alla vera storia di Leo Sharp, simpatico novantenne americano che per sbarcare il lunario decide di fare da corriere per i messicani.

Earl fatica ad adattarsi al nuovo mondo e alla nuova generazione dei nativi digitali. Nonostante ciò, l’unica persona a cui sembra tenere di più è la giovane nipote, Ginny, che sta per sposarsi. Come aiutarla con i preparativi delle nozze se i soldi mancano? La soluzione arriva alla sua festa prematrimoniale: un ragazzo gli dà un numero, dicendogli che avrebbe un lavoretto che potrebbe interessargli, se solo se la sente di guidare. Earl ama guidare, in più, che sarà mai trasportare della “roba” in giro per l’ America? Il nonnetto sembra quasi inconsapevole del brutto affare in cui si è cacciato, ma dopo averlo effettivamente scoperto non si tira indietro, diventando addirittura uno dei più fidati corrieri del cartello. Tutto finché l’amore per la sua famiglia non lo metterà alle strette. Intanto, un agente della DIA (Bradley Cooper) è sulle sue tracce, determinato a scoprire la vera identità di Tata (nome in codice di Earl).

Clint Eastwood ha un debole per i veterani di guerra (soprattutto di quella in Corea) e per il difficile rapporto tra generazioni, tematiche da lui esplorate in più film (vedi Gran Torino del 2008). Non manca uno sguardo sulla difficile convivenza razziale in un paese come l’America, in cui l’elezione di Donald Trump ha dimostrato quanto i WASP detengano effettivamente il potere e guardino alle minoranze (prevalentemente messicani e neri) con spesso inconsapevole ma radicato pregiudizio. Certo, credo sia molto più consigliabile guardarlo in lingua originale, in quanto il doppiaggio dei messicani ricorda i dinosauri antropomorfi dalle voci ambigue, ma per il resto ve lo consiglio. Complimenti al grande cowboy che invecchia, ma che non perde fascino e talento.

Book #15: Il Racconto dell’Ancella

A volte un libro può fare paura nonostante sia una storia inventata. Questo è l’effetto che mi fa Il Racconto dell’Ancella: mi spaventa per la sua attinenza al presente, mi spaventa perché non sembra affatto una storia inventata e inverosimile; anzi, sembra stia parlando disperatamente alla nostra società.

Difred è un’ancella. Passa le sue giornate intrappolata in un’insopportabile routine, rotta una volta al mese dalla Cerimonia, un rito carnale che consiste nell’avere un rapporto sessuale totalmente impersonale con il Comandante e sua moglie, suoi proprietari, con lo scopo esclusivo di donar loro un figlio, seguendo i dettami della Bibbia:

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele  divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, altrimenti muoio.”. Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: “Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?”                                                               Allora elle disse: “Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e partorirà sulle mie  ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo”.                                                                                                                                                         Genesi, 30; 1-3

Difred non è semplicemente Difred, ma una donna privata del proprio nome e della propria vita per servire ai progetti di ripopolazione del Governo di Galaad, regime teocratico e totalitario ambientato alla fine del XX secolo. Difred non è altro che una forma di “patronimico” che determina la proprietà: Di- Fred, proprietà di Fred.

Galaad è un mondo dove le donne non hanno potere, se non su altre donne. A istruire le Ancelle sono le Zie, donne anziane non più fertili, scrupolose e bigotte, che rifiutano ogni forma di emancipazione femminile. Le donne non sono padrone del loro corpo: mostrarlo o abbellirlo è deplorevole. Il loro unico compito è quello di raccogliere il seme. I loro corpi non vanno intossicati con alcol, fumo e droghe: sono dei sacri contenitori. In assenza totale di autodeterminazione (non solo le Ancelle, ma anche le Zie, le Ecomogli, le Nondonne, ecc.), le donne vivono la loro vita private di un fondamentale diritto: la libertà.

A cavallo tra 1984 di George Orwell e Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, il romanzo del 1985 di Margaret Atwood spaventa perché le tematiche trattate sono terribilmente attuali, soprattutto nel nostro paese, dove aumentano le mozioni contro la legge 194, che regola l’aborto; per non parlare delle manifestazioni dei movimenti pro-life, che vorrebbero relegare la donna a quello che credono sia il suo ruolo, quello di madre e di angelo del focolare.

Consiglio questo romanzo perché fa riflettere su quanto abbiamo ottenuto e su quanto queste libertà non vadano prese per scontate, ma custodite gelosamente. Quindi, è proprio il caso di unirci al grido delle associazioni femministe italiane: giù le mani dalla 194!